Un paesaggio verticale

 

Uno degli argomenti di maggior interesse nell’ambito dei ragionamenti sul paesaggio del Lago di Como è quello che riguarda i terrazzamenti che danno forma a gran parte delle rive, a partire dalla quota del lago e spingendosi in alto da questa per circa 200 – 250 metri. Si potrebbe dire anzi che, interrotti dai centri abitati e dalle forre che non concedono luogo all’agricoltura, i terrazzamenti sono la vera costante e l’elemento di maggior caratterizzazione delle rive, se è vero che anche i grandi parchi monumentali, creati a partire dal XVI secolo, hanno assunto e mutuato dai precedenti impianti agricoli la forma a terrazzamenti e gradoni dei pendii, rivestendoli poi di fiori e piante rare per creare luoghi di delizia e di decoro attorno alle residenze nobili.

    Al contrario dei grandi parchi e giardini, non di rado opera di architetti ed artisti più o meno famosi, sapientemente ispirati dai loro prìncipi e condizionati o guidati dalle mode artistiche o dalle “visioni” tipiche del loro tempo, i paesaggi a gradoni non hanno un autore, né in senso concettuale, né in senso materiale; essi sono opera di generazioni di uomini ignoti che, operando con secolare continuità nell’alveo di una tradizione a lungo tramandata, hanno compiuto un’opera immane, in grado appunto, come ancora si vede, di dare forma a rive e montagne, modellando in definitiva gran parte del paesaggio lariano.

    L’immane opera di conformazione a terrazzi delle rive del lago, che certamente prese inizio dalla colonizzazione romana, oggi è la sedimentazione di un lavoro plurisecolare, ed anzi bi-millenario, che non ha dunque autore e che può apparire a molti come un dato “naturale” e quindi di alcun valore culturale: qualcosa di dato, non come un’opera fatta dall’arte. Da qui è breve il passo che ci condurrà a considerarli, come oggi sono in genere considerati, cosa senza valore, elemento ovvio ed esplicito di questo pezzo di natura: questa considerata, a sua volta, come l’indifferente ed indifferenziato supporto alle attività che ogni uomo è in diritto di esplicare per migliorare la propria posizione ed aumentare la propria potenza.

    Se per l’ignoto contadino dei secoli passati il pezzetto di terra pianeggiante ricavato a fatica sui pendii del monte scavandone il sasso era il luogo dei foraggi, degli orti, degli alberi da frutto e da foglia, dell’ulivo e della vite, oggi che questa agricoltura di sostanziale sussistenza è un ricordo, queste terre sono il luogo ideale per farci su una casa. Terre pianeggianti dove il piano non esiste, se non quello acqueo del lago; terre ben esposte al sole e riparate dai venti più freddi; terre libere vicine alle case degli antichi nuclei abitati, spesso servite da buone strade che le collegano ai centri vicini. Il costruttore di oggi capisce in fretta il mistero di ogni giardino, a partire da quello dell’Eden: dove stanno bene le piante stanno bene anche gli uomini. In definitiva: le sponde del Lario non offrono aree fabbricabili migliori degli antichi terrazzamenti.

    Una breve indagine, condotta anche sulle fotografie, ci confermerà con assoluta evidenza il precedente assunto: i villaggi storici che facevano corona al lago hanno iniziato ad espandersi e a diffondersi orizzontalmente, proprio sul sedìme dei terrazzamenti antichi. Le antiche frazioni raccolte attorno alle parrocchie più distanti dai capoluoghi si sono ormai saldate ai loro centri e costituiscono con questi un continuum urbanizzato e costruito in cui si è perduto il senso del rapporto fra le parti e quello di ogni gerarchia (= organizzazione) urbana. Per questa ragione anche i centri perdono la loro identità e diventano essi stessi periferie: se il processo non avrà termine e inizieranno a saldarsi fra loro anche i centri antichi, con tentacoli di casette a schiera e plurifamigliari, gran parte del Lago di Como sarà circondato (ma forse sarebbe meglio dire assediato) da un’immensa periferia. Con buona approssimazione possiamo prevedere che sarà una periferia grande quanto lo furono i terrazzamenti antichi.

    Terrazzamenti che non sono minacciati soltanto dalle edificazioni, poiché nelle zone marginali, o ancora oggi marginali, ossia in quelle più alte, peggio servite dalla viabilità, peggio esposte e per una molteplicità di ragioni meno appetibili, la natura selvatica si sta inesorabilmente riappropriando di quanto il lavoro dell’uomo le aveva strappato. Avanza il bosco, spesso degradato e senza valore di robinie, ailanti, gelsi da carta, che con le loro radici divelgono quel che rimane dei muri di sostegno e colonizzano velocemente i terreni fertili.

    In questo quadro, difficile o addirittura senza speranza potrebbe sembrare il tentativo di salvare i terrazzamenti dalla rovina; come abbiamo potuto vedere tuttavia salvare i terrazzamenti non equivale soltanto a preservare un particolare tipo di manufatto di antica tradizione: significa anche salvare il paesaggio dei terrazzamenti ossia, tout-court, il paesaggio del Lago di Como. Un errore grave, a questo riguardo, potrebbe essere quello di ricercare, o peggio attendere, che qualcuno trovi, il sistema vincente per risolvere questo problema. Una soluzione definitiva a riguardo non esiste; esistono semmai tanti strumenti che, sinergicamente applicati con costanza e fermezza, potranno dare risultati concreti.

    Il primo gruppo di strumenti è quello che si rifà alla comprensione e alla condivisione da parte del pubblico degli obiettivi da raggiungere. È questo il più importante degli obiettivi da perseguire, perché senza la condivisione di obiettivi ragionati, capiti ed accettati sarà impossibile capovolgere le aspettative ingenerate da una politica che, indipendentemente da colori e schieramenti, da almeno tre decenni non disegna il futuro ma arraffa il presente, non promette saggezza ma consumo, non onestà ma denaro; promette diritti tacendo dei doveri.

E allora non dovremo stancarci di spiegare che quando una casa occupa il paesaggio, chi la costruisce si appropria, distruggendola, di una bellezza di tutti: la monetizza e la intasca godendo lui solo di qualcosa che fino a prima era comune. I nostri amministratori chiamano questo processo valorizzazione: in effetti un aumento di valore c’è: ma va nelle tasche di uno solo a scapito di una patrimonio comune che lentamente, e neppure troppo lentamente, scompare.

Ma la distruzione della bellezza non è l’omologo della costruzione della bruttezza. Distruggendo un oggetto d’arte si perderà una quota di bellezza e magari una testimonianza culturale. Edificando periferie non soltanto distruggiamo bellezza, ma realizziamo un peggioramento reale delle nostre condizioni di vita. Il processo è sotto gli occhi di tutti e necessita di pochi commenti: troppe piazze abbiamo costruito che non diventano incontri, troppi opifici che non diventano lavoro, troppe case che non diventano famiglie. In un’economia come quella del Lago di Como, in cui le attività di accoglienza sono strutturali, la realizzazione di seconde case mina alle fondamenta la possibilità di uno sviluppo legato al turismo, poiché toglie attrattiva e senso alle strutture alberghiere, le uniche che consentono di produrre, con continuità nel tempo, lavoro e reddito. Costruendo non ci si appropria soltanto di una quota di bellezza, ma anche di una quota di economia.

Il secondo gruppo di strumenti riguarda le possibilità di riuso dei terrazzamenti abbandonati o in via di abbandono. È chiaro che alle attività tradizionali della terra dovremo pensare per poterne ritrovare una qualsiasi forma di utilità, e tuttavia in un quadro socio-economico non confrontabile con quello della società che a suo tempo li originò. Si tratta in definitiva di scoprire (o riscoprire) tutte le attività di nicchia e marginali che possono dare senso ad attività di produzione o di svago compatibili con l’organizzazione del territorio che abbiamo ereditato dal passato.

Questa visione dell’economia futura come “sommatoria di nicchie”, certamente non cara agli economisti tradizionali, contiene in realtà una visione moderna e sostenibile della società, come una schiera di studiosi, da Friedman a Rifkin (per citare due opposti ideologici), hanno cominciato a dimostrare.

Piccole produzioni agricole di nicchia potranno allora soddisfare il desiderio di tipicità, di genuinità, di eticità e pietas nell’allevamento degli animali domestici, la riscoperta di sapori antichi e di abitudini dimenticate. Oppure tentare vie nuove per colture non usate nel passato, dalle officinali a varietà nuove di frutta ed ortaggi. Ancora dalla tradizione del passato potranno mutuarsi le attività complementari all’agricoltura di un tempo, dall’apicoltura alla caccia, considerando quest’ultima con la dovuta laicità, senza preclusioni ideologiche e con le dovute attenzioni alle esigenze dell’ambiente. Non si tratta quindi di sognare l’arcadia, quanto di interpretare un futuro in cui avremo tutti, oggettivamente, meno risorse da spendere e da consumare.

Andrea Veronese

Vittorio Fantin