Analisi e progettazione paesaggistica

Master in Progettazione e Conservazione del giardino e del  paesaggio

Darko Pandakovic

Angelo Dal Sasso

IL PAESAGGIO LARIANO

Plinio il Giovane (62-114), Lettera 8, libro II

Caio Plinio al suo Caninio salute.

Studi o peschi o vai a caccia o fai tutte queste cose insieme? Tutto ciò si può fare sulle rive del nostro Lario. Il lago dà abbondante pesce; i boschi, che cingono il lago, danno la selvaggina; e questa tranquilla solitudine favorisce lo studio. 2 Ma sia che tu queste cose le faccia tutte, sia che tu ne faccia qualcuna soltanto, non posso dire: t'invidio! Però mi rammarico che non mi sia dato di godere di ciò che tanto desidero, come l'ammalato il vino, i bagni, le fonti. E quando mai potrò rompere questi stretti legami, se non li posso sciogliere? Mai, ho paura. 3 Poichè agli antichi impegni se ne aggiungono dei nuovi, quando i primi non sono ancora condotti a termine: con tanti legami, con tante catene direi quasi, di giorno in giorno si accresce la schiera delle mie occupazioni. Addio.

Ennodio (474-512), Lettera 6, libro I

4 Vedi ad esempio Como - che una volta, nella sua sorte oscura, era quasi dimenticata, che fino ad ora non vantò alcuna agiatezza né alcuna di quelle qualità che sono considerate come bellezze - di quanto favore gode invece ora che ebbe il privilegio di essere esaltata da un genio? Proprio questa città, che attraverso il susseguirsi delle sue valli scoscese e le aperte gole dei monti che si accavallano, non riesce a presentare una uniformità tale che permetta alla neve di conservarsi anche d'estate, dove - attraverso i numerosi pericoli che corrono i coltivatori, sospesi insieme alla strada sul fianco della montagna - è necessario portare la terra tra le rocce prima di poter seminare; per la quale è quasi un danno l'aver ornate di chiari boschi d'ulivo le sponde del Lario: perchè, sorridendo ai conquistatori col suo aspetto piacevole ed attraente, simula una fertilità e mantiene una bellezza detestabili a causa del danno recato a chi le possiede;

5 dove i signori dapprima sperperano i tributi nella costruzione di palazzi, e poi si sforzano, con la parsimonia e la frugalità, di riparare alle pazzie degli antenati e di tenere in piedi magioni divoratrici di patrimoni. C'è una popolazione numerosa solamente per questo: perchè non siano in numero troppo esiguo a pagare le tasse, ma anzi superino il desiderio di chi le assegna. Le schiere dei pesci crescono non per la delizia del palato, ma per eccitare il ribrezzo: in modo che, dal confronto, si sappia quanto si debba invece lodare la delicatezza dei pesci presi altrove. Vi piove quasi sempre, altrimenti il tempo è minaccioso, e vi si passa quasi la vita senza godere giorni interamente sereni.

6 Le acque del lago fluiscono dolci davanti agli occhi di chi le trascorre, e lo invitano a nuotare per poi annegarlo. Chi può amare la bellezza di un lago che inganna a questo modo ? Che dirò poi dell'Isola, che è diventata abitabile perchè vi portano la gente per forza? E chi non se ne meraviglierebbe, quando in essa il fatto di aver salva la vita perde molto del suo valore e l'unica soddisfazione è quella d'esser sfuggiti alla morte, e quando nei suoi pressi si gettano in pasto ai pesci i cadaveri umani, poiché ivi i morti non si meritano altro sepolcro che le acque del lago? Voi, o Fausto, avete lodato te acque del fiume Mera e dell'Adda i quali sono messi in evidenza da una diversità di gonfiezza nel lago, malgrado che gli alvei si confondano assieme: ma essi non si possono mai distinguere nel lago se non quando scorrono limacciosi.

Aurelio Cassiodoro (480/90-575), Lettere varie XI, 14.

LETTERA A GAUDIOSO

A Gaudioso Cancelliere della Provincia di Liguria, il Senatore del Prefetto del Pretorio.

Como è infatti appartata nella solitudine dei monti e del purissimo lago, che formano come un muro di difesa per la pianura della Liguria, e sebbene la si consideri come un baluardo del nostro territorio, questa città giunge tuttavia a tal punto di bellezza che sembra essere stata creata solamente per diletto.

2 Alle sue spalle si stendono campagne coltivate, tanto adatte ad amene passeggiate, quanto ad aver abbondanza di viveri; di fronte essa gode per sessanta miglia della deliziosa distesa di un'acqua dolcissima che colma lo spirito con la sua bellezza riposante e non lascia mai mancare abbondante pesce; giustamente perciò prende il nome di Como questa città « compta », cioè adorna dei tanti doni di cui gode.

Il lago è accolto da una valle molto grande e profonda che, imitando l'elegante forma delle conchiglie, si colora di bianca spuma alle sponde.

3 Attorno si raggruppano, quasi a formare una corona, splendidi gioghi di alti monti, le cui sponde, vagamente abbellite dalle ville che le ornano, sono circondate come da una cintura dal verde perpetuo degli uliveti: più sopra frondosi vigneti risalgono il fianco del monte. Sono ornate di bellezze naturali anche le cime, ondulate come per una chioma di folti castagneti; ruscelli risplendenti di niveo candore scendono di là lungo il ripido pendio nel bacino del lago.

6 È giusto perciò indulgere verso gli abitanti di una simile zona, poichè tutto ciò che è bello non resiste alla fatica, e coloro che godono abitualmente di soavi bellezze sentono più facilmente il peso dei gravami. Fruiscano dunque della concessione regia perpetua, perché, come godono di un nativo convito, esultino anche per la munificenza regale.

Paolo Diacono (720/25-?), Versi in lode del Lario

Da dove comincerò le tue lodi, o massimo Lario?

alle splendide mense grandi doni tu rechi.

Tu hai due corna ricurve come la testa del toro:

ti danno anche il nome le corna ricurve.

Tu rechi grandi doni, ricco d'asili divini;

Le tue splendide doti da dove comincerò a cantare ?

In te è sempre primavera, poichè sempre fiorisci nelle

verdi zolle; poiché vinci il freddo in le è sempre primavera.

Tu sei cinto d'uliveti da entrambe le sponde;

non sei mai senza fronde, tu che sei cinto d'ulivo.

I melograni rosseggiano da ambo le sponde per i lieti

giardini; misti all'alloro rosseggiano i melograni.

Le fronde di mirto profumano sempre con le loro bacche;

sono utili pure con le foglie le fronde di mirto.

Vince col suo profumo il frutto venuto dalla Perside;

il cedro lutto vince con il suo profumo.

Ceda - così vorrei - al tuo confronto persino lo scuro

Averno; persino il lago d'Epiro ceda al tuo confronto.

Ceda a le lo stesso Fucino dalle acque cristalline,

lo stesso possente Lucrino ceda a te.

Vinceresti ogni mare se ti avesse calcato Gesù;

se tu; fossi in Galilea vinceresti ogni mare.

Coi tuoi flutti palpitanti guardati perciò dal sommergere

le barche minuscole; gli uomini guardati perciò dal sommergere coi tuoi flutti.

Se ti asterrai da quest'empietà, sarai sempre lodato

da tutti; sarai sempre amato, se ti asterrai da questa empietà.

A te sia lode ed onore, o Trinità immensa, in eterno;

perchè fai tanto mirabili cose a te sia lode ed onore.

0 tu che leggi questi versi, di', ti prego: - 0 Redentore

abbi misericordia di Paolo - e non disprezzarli, tu che leggi questi versi, ti prego.

Tomaso Porcacchi (?-1585), La nobiltà della città di Como, libro II

Perciochè, se noi consideriamo la qualità dell'aria nell'una et nell'altra stagion del verno et della state temperata, soave, gioconda et non mai punto nociva ma sempre benigna, sana et confortativa, siamo sforzati a giudicare che, per questa principale ricchezza sola, Como habbia un perpetuo riso di natura che non pur lo nobiliti ma lo renda beato.

Chi poi, uscito del porto della vostra città, naviga fino alla riva, che domandano Sommolago, et contempla dalla destra et dalla sinistra con occhio non punto livido le terre, le ville, i promontori, i seni, le fontane, i fiumi, i ponti, le torri, le memorie antiche che per le chiese e per le piazze si trovano; le belle prospettive de' monti adorni o di castagni o d'olive o di viti; i boschi de' lauri et de' mirti; la copia de' melaranci, de' cedri et de' limoni; i luoghi commodi per la coltura, per la caccia et per li paschi; la maraviglia delle fonti et de' fiumi; la quantità de' beni di natura singolari et a questo sol lago proprii; et tutti gli altri commodi che s'hanno dalla terra; crederà che a Como non manchi alcuna di quelle doti che fanno una città da tutte le parti nobilissima; massimamente che, con le ricchezze dell'aria et della terra, vanno congiunte quelle dell'acqua da cui si cavano, preciosi pesci in tanta quantità che 'l vostro lago n'è molto cortese alle città et terre vicine e in particolare a Milano. Coloro poi che sanno come qui habitarono gli antichi padri Volturreni et dall'historie. comprendono esservi nati huomini famosi in lettere e in armi; havervi tenuto i lor tesori et gioie re grandi et esservi state lasciate memorie d'honori da pontefici massimi; ripieni di stupore volentieri fanno riverentia a questa patria come a singolar, madre d'ogni nobiltà et ornamento.

Et essendo le ricchezze o dall'aria o dalla terra o dall'acqua, dell'aria non posso dare altro argomento che questo: cioè, che le api vi facciano assai frutto; i lauri e i mirti in tanta copia naturalmente vi nascano che ne formino boschi; le piante de' melaranci, de' limoni et de' cedri senza alcuna cura vi moltiplichino et si riducano a perfettione, senza che 'l vernomai siano coperte nè difese dal freddo con artificio alcuno; le quali cose non sarebbono se la temperie dell'aria non fosse benigna et delicata.

Giovanni Berchet (1783-1851)

. . . . . . . . . . . . . . . . e tosto sia

che te accolga la vasta onda di Sala.

Lieta di bei frascati ecco dall'acque

emerge l'isoletta, or d'abitanti

vuota, ma già di valorosi altrice.

Ecco si stende, e ai flutti erto sovrasta

il promontorio. E se a diritta il guardo

non discerne che rupi imposte a rupi,

salienti dal lago alla nembosa

vetta di Primo, a te ride a sinistra

di Tremezzo la sponda, ov'Austro eterno

i fior più begli, i più bei frutti educa.

Quivi la pompa de' suoi rami altero

spiega l'arancio; e al caro olmo la vite

giovinetta si sposa; e qui gli ulivi

inghirlandan le falde ampie de' monti,

al cui pendio di molta ombra cortesi

crescon i castagneti. E se la lena

spinger ti giova e i passi su per l'erta,

dai popolati allor pascoli erbosi

il belato udirai di mille gregge;

mentre d'indole varia insiem confusi

giù pel clivo frondeggiano infiniti

alberi; e tutti i loro pomi maturano,

e quei che braman gli aquiloni, e quelli

cui Natura le calde aure destina.

Alessandro Manzoni (1785-1873), I promessi sposi, Torino, Edisco, 1989

CAPITOLO VIII

Addio, monti sorgenti dall'acque, ed elevati al cielo; cime inuguali, note a chi è cresciuto tra voi, e impresse nella sua mente, non meno che lo sia l'aspetto de' suoi più familiari; torrenti, de' quali distingue lo scroscio, come il suono delle voci domestiche; ville sparse e biancheggianti sul pendìo, come branchi di pecore pascenti; addio! Quanto è tristo il passo di chi, cresciuto tra voi, se ne allontana! Alla fantasia di quello stesso che se ne parte volontariamente, tratto dalla speranza di fare altrove fortuna, si disabbelliscono, in quel momento, i sogni della ricchezza; egli si maraviglia d'essersi potuto risolvere, e tornerebbe allora indietro, se non pensasse che, un giorno, tornerà dovizioso. Quanto più si avanza nel piano, il suo occhio si ritira, disgustato e stanco, da quell'ampiezza uniforme; l'aria gli par gravosa e morta; s'inoltra mesto e disattento nelle città tumultuose; le case aggiunte a case, le strade che sboccano nelle strade, pare che gli levino il respiro; e davanti agli edifizi ammirati dallo straniero, pensa, con desiderio inquieto, al campicello del suo paese, alla casuccia a cui ha già messo gli occhi addosso, da gran tempo, e che comprerà, tornando ricco a' suoi monti.

Ma chi non aveva mai spinto al di là di quelli neppure un desiderio fuggitivo, chi aveva composti in essi tutti i disegni dell'avvenire, e n'è sbalzato lontano, da una forza perversa! Chi, staccato a un tempo dalle più care abitudini, e disturbato nelle più care speranze, lascia que' monti, per avviarsi in traccia di sconosciuti che non ha mai desiderato di conoscere, e non può con l'immaginazione arrivare a un momento stabilito per il ritorno! Addio, casa natìa, dove, sedendo, con un pensiero occulto, s'imparò a distinguere dal rumore de' passi comuni il rumore d'un passo aspettato con un misterioso timore. Addio, casa ancora straniera, casa sogguardata tante volte alla sfuggita, passando, e non senza rossore; nella quale la mente si figurava un soggiorno tranquillo e perpetuo di sposa. Addio, chiesa, dove l'animo tornò tante volte sereno, cantando le lodi del Signore; dov'era promesso, preparato un rito; dove il sospiro segreto del cuore doveva essere solennemente benedetto, e l'amore venir comandato, e chiamarsi santo; addio! Chi dava a voi tanta giocondità è per tutto; e non turba mai la gioia de' suoi figli, se non per prepararne loro una più certa e più grande.

Di tal genere, se non tali appunto, erano i pensieri di Lucia, e poco diversi i pensieri degli altri due pellegrini, mentre la barca gli andava avvicinando alla riva destra dell'Adda.

John Chetwode Eustace (1762?-1815), A classical tour through Italy, Londra, 1815

Oltrepassando il piccolo promontorio che forma il porto, scoprimmo un bello specchio d'acqua lungo sette miglia e la bella cittadina di Cernobbio proprio di fronte a noi, mentre alla nostra sinistra un varco fra le colline lasciava intravedere dei ghiacciai e in particolare il San Bernardo coperto da nevi perenni. Le montagne, da entrambi i lati, si innalzavano fino a grandi altezze, talvolta levandosi rapidamente dal lago stesso e talaltra crescendo dalle rive in maniera graduale, sempre coperte da foreste di abeti o di castagni o rivestite di viti e olivi. Questi pendii, che siano scoscesi o dolci, sono sempre ravvivati da innumerevoli ville, villaggi, conventi e cittadine, che talvolta si trovano collocati proprio sul bordo dell'acqua e talaltra appollaiati su una rupe o su un precipizio, alcuni poi sono circondati da un boschetto mentre altri torreggiano sulla sommità di una montagna. Questa mescolanza di solitudine e vita, di grandiosità e bellezza, unita alla luminosità del cielo, all'immobilità del lago e ai tiepidi raggi di sole che giocavano sulla sua superficie, rendevano la scena indicibilmente amabile e ci riempivano di piacere e di profonda ammirazione.

John Chetwode Eustace (1762?-1815), A classical tour through Italy, Londra, 1815

Il lago di Como o Lario, poiché viene spesso chiamato ancora così anche dalla gente comune, mantiene invariate le sue antiche dimensioni: è lungo cinquanta miglia e largo da tre a sei e profondo da quaranta a seicento piedi. È di forma sinuosa e le sue rive vanno spesso a formare insenature e porti. È soggetto a bufere improvvise e talvolta, persino quando è calmo, a ondate violente e inaspettate, entrambe ugualmente pericolose. Le ultime si verificano più di frequente nel ramo del lago che termina a Como, poiché non ha emissari o sbocchi come l'Adda a Lecco. Le montagne che costeggiano il lago sono tutt'altro che aride o spoglie. Le parti inferiori sono coperte, in genere, da oliveti, vigne e frutteti, mentre quelle mediane sono cinte da castagneti alti e di grandi estensioni, infine quelle più in alto sono o prati erbosi o foreste di pini e abeti a eccezione di alcune vette che sono inevitabilmente spoglie o coperte di neve. Di rado le pareti sono costituite da un pendio ininterrotto. Di solito infatti sui declivi si alternano campi e spianate che in alcuni punti si estendono fino a formare delle ampie distese che forniscono spazio a sufficienza per qualunque tipo di coltivazione. Questi ripiani fertili si trovano di solito a un terzo e talvolta a due terzi dell'altezza totale. All'incirca a questo livello è situata la maggior parte delle città e dei villaggi che diversificano in maniera così bella le pareti delle montagne. Ma l'agricoltura non costituisce l'unica fonte di ricchezza del territorio circostante il lago. Numerose miniere di ferro, piombo e rame, oggi come nell’antichità, si trovano sparse per tutto il territorio e ogni giorno, nelle cavità delle montagne, ne vengono aperte di nuove. Infine vi sono cave di marmo che riforniscono Milano e tutte le città vicine di materiale e ornamenti per le loro più splendide chiese. Le rive del Lario non sono neppure prive, o forse dovrei dire non furono, di luoghi adibiti allo studio. Molti conventi e alcune collegiate tennero o patrocinarono delle scuole e diffusero il sapere e la civiltà in una terra apparentemente rozza e abbandonata. Le collegiate in particolar modo, specialmente quelle dove tutti i canonici, senza eccezione alcuna, sono tenuti a risiedere nove mesi all'anno, come nel distretto di Milano e in tutti i paesi cattolici, mi sono sempre sembrate di grande utilità per le campagne in genere e in particolar modo per le regioni più remote e le province meno frequentate. Le persone scelte per stabilirsi in questi luoghi sono di solito coloro che han no acquisito la reputazione di autori, o che si sono distinti come professori presso università e collegi o che si sono resi disponibili come tutori nell'istruzione privata. Si riteneva giustamente che la familiarità con questi uomini diffondesse una tensione all'impegno e al progresso, mentre il servizio alla Chiesa, sempre portato avanti, in questi luoghi, con grande appropriatezza e splendore, rafforzava l'influenza della religione e con essa diffondeva le opere di misericordia e le istituzioni benefiche che accompagnano sempre i suoi passi. A questo va aggiunto che le decorazioni interne ed esterne delle chiese e degli edifici annessi non solo impiegano quasi costantemente un gran numero di artigiani, ma hanno anche il merito di ispirare e tenere vive le belle arti. Forse, quindi si può ascrivere a questi luoghi e alle loro splendide decorazioni quel gusto per la musica, la pittura, la scultura e l'architettura e quell'acume sottile per queste arti così preponderante in tutta Italia, che si nota anche fra i contadini e i lavoratori a giornata. La completa soppressione di queste istituzioni, che si sta verificando attualmente su quasi tutto il continente, è da deplorarsi come sconsiderata e nociva. Le conseguenze più probabili saranno infatti il deteriorarsi del gusto e l'imbarbarirsi dei modi della gente comune e in particolare degli abitanti di regioni selvagge e montuose.

Thomas Roscoe (1791-1871),  The tourist in Italy, Londra, 1830-34

Anche la penna di Wordsworth si è impegnata a celebrare le bellezze del lago di Como:

Tanto piacevole è vagare per i luoghi nascosti

Di Como, camminando nel cuore dei castagneti

Fino ai villaggi dai tetti piatti che sfiorano l'acqua,

O si celano nei boschi di oscure e profonde vallate,

O si abbarbicano su imponenti rupi rocciose,

E proiettano da loro ombra sulle bianche onde,

Mentre lungo i pendii si inerpica il piccolo sentiero,

Alla cui sommità, tra grappoli color porpora, regna il silenzio.

Chi indugia non visto per questi luoghi di sera vede,

Da scalini scavati nella roccia, la vela tra gli alberi,

O avvista a metà scogliera belle giovinette dagli occhi scuri

Che attendono all'esiguo raccolto dei loro ombrosi giardini;

O si ferma ad ammirare le ombre della solenne montagna

Che si riflettono sull'ampio specchio azzurro come dipinte,

E inseguono il giallo sole di pendio in pendio,

Mentre si muovono lentamente sulle opposte colline.

Stendhal (1783-1842), La Chartreuse de Parme, 1839

Tutto è nobile e delicato, tutto parla d'amore, nulla ricorda le bruttezze dell'incivilimento. I villaggi posti a mezza costa, sono nascosti da alberi, e sopra la sommità degli alberi si eleva l'architettura graziosa dei loro svelti campanili. Se qualche piccolo campo, largo cinquanta passi, viene ad interrompere ti tanto in tanto i "bouquets" dei castagni e dei ciliegi selvatici, l'occhio soddisfatto vi vede crescere delle piante più felici e più vigorose che altrove. Al di là di queste coline, la cui vette offrono degli eremitaggi che tutti vorremmo abitare, l'occhio meravigliato scopre i picchi delle Alpi, sempre coperti di neve, e la loro austerità sublime gli rammenta le sventure della vita, e questo accresce la voluttà dell'ora presente. L'immaginazione è commossa dal suono lontano della campana di qualche minuscolo villaggio nascosto sotto gli alberi; e i suoni portati sulle acque, che li addolciscono, assumono un colore di soave melanconia e di rassegnazione, e par dicano all'uomo: La vita fugge, non mostrarti dunque tanto restio verso la felicità che si presenta, affrettati a godere. Il linguaggio di questi luoghi incantevoli, che non hanno eguali nel mondo, restituì alla contessa il suo cuore di sedici anni.

Gustave Flaubert (1821-1880), Notes de voyage, 1845

Nel porto di Como (che non è poi un porto, e è perciò incantevole) piccole barche coi loro archi di legno per sostenere la tenda, come se ne vede nei keepsakes; ecco una cosa veramente italiana, di colore locale; non so se le gondole di Venezia siano più belle. Amo la vista dì uno di questi brutti burchielli assai più di quella del più bel vascello del mondo. L'insieme del lago è dolce, amoroso, italiano. I primi piani scoscesi, tinte calde delle case; orizzonte nevoso e orlato di belle abitazioni fatte per lo studio e per l'amore -Taglioni, Pasta, sulla riva sinistra del lago partendo da Como - villa Sommariva: scalone di pietra discendente sin sull'acqua per imbarcarsi nella gondola, grandi alberi, rose che germogliano su una fontana.

Johann Georg Kohl (1808-1878), Scritti, 1847

I villaggi sono naturalmente tutti di pietra e, per chi è abituato al loro aspetto, agli archi e alle verande ptttoresche; alle muraglie ornate di vegetazione, agli spaziosi atri aperti, e bondanza d'opere murarie (…)

In questa classica natura, il nostro nordico dialetto mi parve rustico e comico, e involontariamente pensai che in Paradiso regnerebbe non poca ilarità se dovessimo portarci le particolarità dei nostri vari dialetti nordici.

Questo ramo è lungo quasi sette ore. Esso è interamente sprofondato tra montagne, che parimente all'estremità vicino a Como lo chiudono in maniera che in quel punto non vi affluisce nè defluisce alcun fiume. Questo ramo fa quindi una rara eccezione nei monti, poichè di solito le valli, di cui i laghi riempiono le profondità, si allungano ancora molto nei monti. Qua, in vece, il Lago di Como termina in un Cul de sac, in un Finis mundi, come dicono i monaci svizzeri in taluna delle loro valli. Esso, per così dire, è un ramo perduto, e quasi l'unico fra tutti gl'importanti bracci di laghi, sia delle Alpi svizzere sia delle italiane.

Nel percorrere questo magico specchio d'acqua, chi ha l'animo sensibile ai fascini della natura non esce dall'ebbrezza dell'estasi. Si potrebbe accagionare la natura d'avere raccolto in questo luogo unico della terra tante meraviglie. Quante contrade sciocche e ottuse potrebbero essere pepate e aromatizzate con questo sale. Un lembo di questo scenario lariano, inserito in una striscia nord-germanica, spiccherebbe come una pezza di velluto in un mantello grossolano di lino e vi getterebbe una luce pari a quella d'una invetriata gotica in una chiesa imbiancata. - Come sui laghi di Garda, Maggiore, Ceresio e Sebino, è stata preferita la riva nord-ovest, aperta al sole di sud-est.

…..

Lungo la sponda occidentale giaciono la maggior parte delle ville e dei paesi, le piantagioni e i giardini più leggiadri. Il popolo ha dato ai diversi tratti di sponda un nome derivato per lo più da un luogo principale. Così, chiama la sponda da Lenno a Tremezzo la Tremezzina, un'altra la Perlasca, ecc. - Quasi da per tutto, i monti, con i loro pendii densamente fogliuti, scendono fino alla riva. Nondimeno, nelle vicinanze di Como, si possono intravedere dal, lago monti affatto lontani e persino il gigantesco massiccio del Monte Rosa. - Riscontrando su una carta la lontananza del Monte Rosa da questo piccolissimo capo di lago vicino a Como, a pena si può credere che quella montagna vi si possa rispecchiare; tuttavia è così. Queste montagne gigantesche sono come i re, i cui ritratti s'incontrano negli angoli più remoti del paese.

Nel porto di Como il turista trova gondole leggiadrissime, con comodi sedili imbottiti, pronte a condurlo a ogni punto del lago. Vi sono gondole onnibus e gondole eremitiche per uso solitario. Ogni privato ha le sue gondole e barche; in più, almeno quattrocento navi da carico percorrono il lago da Como e da Lecco, provvedendo al suo traffico non insignificante. Per ciò, nel summenzionato Cul de Lac o Finis mundi, dove l'onda, rinchiusa nella valle, riposa come una perla nella conchiglia, v'ha sempre abbastanza vita e movimento di vele e remi.(…)

Il mattino seguente presi una di quelle gondole e percorsi la riva del lago per esaminare più da vicino le sue bellezze, la Villa Raimondi, le Ville Barbo e Londonio, le maestose Ville d'Este e Pizzo, sulla sinistra, e poi dare, sulla destra, uno sguardo alla Villa della Prima Donna Cantatrice Giuditta Pasta e alla Villa Tanzi. Quanta ricchezza! quanta eleganza, quanta copia di bellezze naturali e artificiali! - Fina allora avevo creduto che i cottages e i lordseats fossero i non plus ultra. Ma dopo quello che di simile ho visto in Lombardia, sono divenuto incerto. Qui è quasi altrettanta ricchezza nelle abitazioni, e maggiore gusto, grandezza e grazia. - Credo che un mobiliere, che rifletta, darebbe la palma a sale come quelle che si vedono nella Villa Raimondi e poi nella Pliniana.

Mark Twain (1835-1910), The innocents abroad, New York, 1869

Ero convinto che il lago di Como fosse un ampio bacino d'acqua simile al Tahoe, anch'esso circondato da immense montagne le cui pendici giungono fino alle rive, ma qui il lago non è un bacino, poiché le sponde sono articolate come quelle di un ruscello e è largo un quarto o due terzi del Mississippi. Lungo il litorale non si scorge una sola striscia di terra piana, ma catene senza fine di montagne che, all'improvviso, emergono dalla superficie lacustre e s'innalzano verso il cielo per cento o duecento piedi, variando continuamente di forma. I crinali rocciosi sono coperti di numerose specie di piante e punteggiati da bianche ville che occhieggiano attraverso lussureggianti fronde. Perfino sulla sommità del promontorio vedevamo graziose casette appollaiate su pinnacoli pittoreschi, a più di mille piedi sulle nostre teste.

Mark Twain (1835-1910), The innocents abroad, New York, 1869

L'altra notte la vista ci apparve ancora più sorprendente e pittoresca. Sull'altra sponda dirupi, alberi e case bianchissime riflettevano le loro immagini perfettamente nitide sul lago e lunghi fasci di luce, provenienti dalle finestre lontane, ne segnavano la superficie immobile. Subito accanto, grandi magioni argentee sotto la luna risplendevano tra un folto fogliame scuro e informe, tra le ombre che calavano dall'alto delle rupi e toccavano il bordo lacustre dove si rifletteva più volte e con precisione ogni tratto della magica visione.

Antonio Fogazzaro (1842-1911), Malombra, 1881

Fuori del recinto le sponde che guardano mezzogiorno verdeggiano di ulivi frequenti, parlano di dolci invernate...

Gabriel Faure (1877-1962), Aux lacs italiens, Parigi, 1913

Lo spirito umano non può, infatti, immaginare nulla di più ridente, di più grazioso, di più dolce all'occhio di questa coppa di smeraldo incastonata in un cerchio di eleganti colline dominate, verso il nord, dalle cime nevose delle Alpi. È sulle sue rive quella incessante varietà di olivi alternati ai castagneti, di gelsi, di noci, e dopo le foreste, le rocce a picco, i castelli in rovine, le cappelle, i villaggi sulle coste, i borghi bagnati dall'acqua, le ville in mezzo a bei giardini e a parchi sontuosi! Chi non ha percorso il lago, su uno di quei battelli bianchi che fanno il servizio dei porti, senz'altra preoccupazione che di lasciare errare i propri occhi sui meravigliosi paesaggi che sfilano senza interruzione, non può credere sin dove può giungere la bellezza della natura.

Hyppolite-Adolphe Taine (1828-1893), Voyage en Italie, Torino, 1966

Le rive sono sparse di paeselli bianchi che scendono sino ad immergersi nell'acqua; i monti digradano con dolce pendio, abitati sino a mezza costa; pallidi ulivi e gelsi dalla chioma arrotondata scalano i poggi; bianchi villini incorniciati da folti fogliami scendono con le loro terrazze digradanti sino alla spiaggia. Verso Bellagio, i mirti, i limoni e le aiuole fiorite formano mazzi bianchi e purpurei tra i due rami azzurrini del lago. Ma, inoltrandosi verso il nord, il paesaggio sì fa maestoso e severo; i monti si fanno più erti e brulli; i torrioni, formatisi dalle fenditure della roccia primitiva, le creste sfrangiate, bianche di neve, i lunghi crepacci ove dormono vecchi strati di ghiaccio, dentellano col loro frastaglio la volta liscia del cielo. I monti, elevatissimi, sembrano bastioni disposti in cerchio. Il lago era anticamente un ghiacciaio le cui pareti, col continuo attrito, hanno lentamente corroso e arrotondato i declivi. In queste gole inospitali, nessuna traccia di verzura né indizio di vita; non sembra più di vivere sulla terra abitata; si è nel mondo minerale anteriore all'uomo, sopra un pianeta nudo, ove i soli ospiti sono aria, roccia e acqua; una grande distesa acquorea, figlia delle nevi eterne; intorno a quella, un ammasso di montagne imponenti lambite dal suo specchio azzurro; dietro, una seconda serie di vette nevose, più selvagge e più primitive ancora, come un cerchio più elevato di divinità gigantesche, tutte immobili e pur tuttavia l'una diversa dall'altra, espressive e varie come vere fisionomie umane, ma avvolte in una tinta vellutata e calda per l'aria vaporosa e per la distanza, tranquille nel godimento della loro magnifica eternità.

Hermann Hesse (1877-1962), Vedere l’Italia, Parma 1989

Non ho mai saputo amare veramente questo lago, forse addirittura troppo bello e scintillante, e che troppo volentieri si prodiga per esibire la propria ricchezza, mancandogli invece la cosa più bella che un lago possa avere: una sponda dolce e ampia. I monti si ergono con aria inquietante e scendono giù spietatamente, in alto selvaggi e brulli, in basso sovraccarichi di paesi, giardini, residenze estive e locande: tutto qui è rigoglioso, è una realtà di vivido splendore, è tutto uno squillare e scintillare di magnificenza e opulenza; non è rimasto un solo angolo per il sogno e l'immaginazione, non una palude coperta di canne o un pascolo addormentato, non un umido prato rivierasco o una seducente macchia di vegetazione selvaggia.

Tuttavia anche questa volta l'intensa bellezza esercitò la sua potente attrazione su di me con il romanticismo rupestre di borghi erti, la fierezza rigorosa delle ville aristocratiche con giardini, parchi e porticcioli, l'amena coesistenza di terreni e costruzioni.

Emilio De Marchi (1851-1901), Col fuoco non si scherza, 1901

...il tempo passa che tu non te ne accorgi. Non è scomparsa la neve che ci sono le violette; le violette cedono il posto al fiordaliso e al papavero; questi all'uva, l'uva alle castagne, le castagne alle nebbie e al freddo.

Romano Guardini (1885-1968), Lettere dal lago di Como, 1923-1926

Lettera sesta, Il dominio

Caro amico,

in questi giorni ho più che mai compreso che vi sono due specie di conoscenza. Di queste, l'una conduce ad immergersi nell'oggetto e nel suo contesto, per cui l'uomo che vuol conoscere cerca di penetrarlo, di vivere in lui; l'altra, al contrario, raduna le cose, le decompone, le ordina in caselle, ne acquista padronanza e possesso, le domina.

Ma non è poi così semplice. Anche il primo tipo di conoscenza rappresenta un possesso, e rende colui che sa capace di afferrare le cose con piglio deciso, di ghermire la realtà. Oggi, per tutto il pomeriggio, ho girovagato sulla penisola che separa il braccio del lago di Como da quello del lago di Lecco. È qui, su queste rive, che si svolge la storia dei Promessi Sposi del Manzoni; è per questo che parecchi nomi di località di questa regione sono ben noti. Come sono asserviti all'uomo questi luoghi!. Le strade seguono l'ondulazione delle colline, sembrano affrettarsi sui loro pendii, aderirvi, presentirli; esse si prestano alla modellatura della loro movimentazione. I giardini salgono e scendono, si annidano nelle sinuosità, si stendono lungo i declivi dei colli; i loro arbusti e i loro alberi - spesso esemplari magnifici - ubbidiscono al richiamo del sole e della luce e li esprimono in forma delicata e olezzante. Tutte le tortuosità del terreno, tutti i sentieri sul lago sono utilizzati; e in qualche luogo, giusto nel cuore di questo insieme vivente, si trova la villa. Se gli uomini che l'abitano sono di sguardo e di cuore aperto e non sono gente quattrinaia venuta non si sa da dove, che annette più importanza a una motocicletta che a un bel momento della vita, possono sentire il loro cuore pulsare al ritmo stesso di questa realtà sontuosa, smagliante, lussureggiante, fiorente. Come è dominata, qui, la natura! Come la si sa guardare e comprendere! Come ubbidisce alla mano dell'uomo, così istintivamente sapiente!

Come gli alberi nel crescere assumono, così, naturalmente, senza esservi artificialmente forzati, le forme più nobili! Come ubbidisce questa terra alla volontà che la modella e la trasforma - spesso all'infinito - in dimore, in uno spazio umanizzato, pieno di vita, di ritmo, concesso all'uomo! Ma questa volontà è un'autorità clemente. Forte e irresistibile, poiché essa scorre attraverso le vene stesse della natura, ma dolce. Vorrei dire: quasi come l’anima che plasma in corpo elementi ed energie e lo governa.

L'altra scienza esercita il suo dominio in maniera profondamente differente. Essa si manifesta già nel Rinascimento, ma diventa efficace soltanto in epoca più recente. Questa scienza non osserva, ma analizza. Essa non si immerge più nell'oggetto, lo afferra. Non compone l'immagine di un essere, ma una formula. Vuole sottomettere al suo potere ciò che le permetterà di asservire l'oggetto: la legge messa razionalmente in formule. Con ciò è dato anche il fondamento e il carattere della sua superiorità: coartazione arbitraria, spoglia di ogni specie di deferenza.

Quella prima maniera di dominare sentiva in profondità; abbracciava il contesto, liberava le energie, rendeva reali ed attive le virtualità, rilevava i desideri nascosti, li avvalorava e rigettava il resto nell'ombra. Era un «conoscere», un far risaltare, uno stimolare, un guidare; era una gamma di energie e rapporti naturali. Tutto ciò che riceveva una forma rimaneva, in qualche modo, «natura». Certamente illuminato dallo spirito, assoggettato alle intenzioni umane, ai pensieri dell'uomo, alle relazioni tra gli esseri, ma sempre in organica unione con la natura. Era un regnare che si otteneva per mezzo del servire; un creare secondo la natura, che non si scostava dalle direzioni indicate, che non oltrepassava i limiti stabiliti.

Oggi, in virtù dell'acquisizione della formula, disponiamo a piacere di energie e di masse. Queste, private dei loro legami organici, sono disponibili per ogni uso desiderato. E la nuova volontà di dominio non si sente in nessun modo tenuta a rispettare le vie naturali della creazione né le regole d'equilibrio, di fronte alle quali, anzi, resta assolutamente indifferente. Essa sceglie arbitrariamente i suoi fini, che trae da considerazioni puramente razionalistiche.